Era un sabato, il 10 luglio 1976, alle 12.37. Nel reparto dove si produceva triclorofenolo dell’ICMESA di Meda, azienda chimica del gruppo Givaudan, controllato dalla svizzera Hoffmann-La Roche, una valvola di sicurezza si aprì e liberò nell’aria una nube che conteneva diossina TCDD. Il vento la spinse verso sud, su Seveso, che da allora dà il nome al disastro.

Le zone, gli sfollati

L’area contaminata fu divisa in tre zone, per circa 1.800 ettari. Dalla zona A, 108 ettari, la più colpita, il 26 luglio furono evacuati 735 abitanti: le loro case furono poi demolite. Nella zona B, 269 ettari, scattarono divieti alimentari e controlli sanitari; la zona R, di rispetto, era la più ampia. Morirono migliaia di animali e una ventina di bambini si ammalarono di cloracne.

Una legge che porta il suo nome

Da quella tragedia nacque nel 1982 la direttiva europea «Seveso» sui rischi di incidente rilevante: obbliga le industrie pericolose a preparare piani di sicurezza e a informare la popolazione. È stata aggiornata più volte ed è ancora in vigore.

Dal veleno al bosco

Tra il 1981 e il 1984, sotto l’ex zona A, furono costruite due grandi vasche impermeabili che contengono circa 280.000 metri cubi di materiale contaminato, protetto da più barriere. Sopra è cresciuto il Bosco delle Querce, tra Seveso e Meda: prati, querce e sentieri, con un percorso che racconta la storia del disastro. Oggi è un parco pubblico, aperto a tutti.

Cinquant’anni di memoria

Per l’anniversario, Cesano Maderno ha preparato «Seveso50», un programma di mostre, incontri e un convegno internazionale sulle bonifiche, con due targhe commemorative permanenti. Intanto il cantiere dell’autostrada Pedemontana, che passa nell’area, ha riaperto il dibattito sulle bonifiche ancora da completare.

Fonti: focus.it, mbnews.it, ilpost.it